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Inquinamento luminoso: c’è troppa luce anche nel mare

 Inquinamento luminoso: c’è troppa luce anche nel mare

(Foto: DeltaWorks on pixabay)

Oltre alle nostre città, anche i mari di tutto il mondo sono illuminati a giorno, con un notevole impatto sulla vita degli organismi marini. È quello che mostra l’atlante globale della luce artificiale notturna sottomarina, il primo a dirci in modo chiaro quanto inquinamento luminoso c’è sopra e sotto il mare. Le acque più inquinate dalle luci sono quelle del Golfo Persico. Ma anche il Mare del Nord e, in misura minore, alcune porzioni dell’Adriatico e del Tirreno spiccano per luminosità. E non è una buona notizia, affatto, raccontano gli autori dell’atlante su Elementa: Science of the Anthropocene.

Acque inondate di luce sopra e sotto la superficie

Ma cosa è che illumina così tanto le acque? La luce emessa dai centri urbani costieri, dalle piattaforme petrolifere e dalle altre strutture offshore, come gli impianti eolici, si riverbera in mare per centinaia di chilometri. E dalla superficie si propaga lungo la colonna d’acqua, come mostra l’atlante. A un metro di profondità, la luce artificiale è troppa, supera la soglia critica, nel 3,1% delle acque costiere globali. La porzione di mare inquinata dalla luce diventa il 2,7% a 10 metri e l’1,4% a 20 metri di profondità.

Tra le acque costiere, è bene specificarlo, il team britannico, norvegese e israeliano che ha creato l’atlante include sia le acque territoriali sia la ben più ampia zona economica esclusiva, ossia la porzione di mare che si estende fino a circa 400 km dalla costa. Oltre a questa vasta mappatura spaziale, l’atlante mostra anche l variazioni temporali nella quantità di luce artificiale che arriva sott’acqua. I cambiamenti sono soprattutto stagionali, dato che la trasparenza dell’acqua diminuisce nei periodi di fioritura algale o quando i fiumi riversano in mare più sedimenti.

Troppa luce per gli organismi marini

Ma come si fa a capire se la luce notturna è troppa? Lo è quando interferisce in qualche modo con la vita degli organismi marini, per i quali diventa più difficile – o addirittura impossibile – riprodursi, alimentarsi, migrare o svolgere altre attività vitali. È proprio per questo che si parla di inquinamento luminoso.

Per fissare questa soglia critica, i ricercatori hanno preso come parametro la quantità minima di luce che provoca una risposta in Calanus, un piccolo crostaceo copepode che fa parte dello zooplancton. Perché proprio lui? Essenzialmente, perché è molto sensibile alla luce ed è alla base della dieta di molti organismi marini, tra cui il merluzzo. Che, lo sappiamo bene, è una specie di grande interesse per la pesca.

Luci a LED con meno blu

Il problema dell’inquinamento luminoso seppure molto diffuso può sembrare meno grave di altri. In fin dei conti, per risolverlo basta spegnere la luce, dicono con un pizzico di provocazione l’autore Tim Smyth del Plymouth Marine Laboratory (Regno Unito) e colleghi. Ma è chiaro che gli interessi in gioco sono molti, e bisogna trovare soluzioni adeguate procedendo in modo più pragmatico. Una prima cosa che si può fare, suggeriscono gli autori, è intervenire sulle luci a LED, che ormai hanno sostituito quasi completamente le lampade a incandescenza (ed è un bene per il risparmio energetico). Il problema del LED è la forte componente blu, che penetra più in profondità rispetto ad altre parti dello spettro luminoso, come il rosso e il verde. Usare LED di tonalità più calde, per esempio applicando dei filtri che schermino la luce blu, sarebbe un primo passo per illuminare di meno l’ambiente sottomarino.

Riferimenti: Elementa: Science of the Anthropocene

Credits immagini: DeltaWorks on pixabay

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